Essere un buon padre

Un figlio, per crescere, ha bisogno del padre. Un bimbo da istruire ha bisogno di un maestro. Un popolo ha bisogno di un Re.
L’acqua permette la vita; il padre, il maestro, il Re, ti aiutano e ti permettono di trovare una direzione alla tua vita, o mio Re.

In una città che sorgeva sulle rive del Grande Fiume, viveva un uomo non più giovane. La sposa che i genitori avevano scelto per lui non gli aveva dato figli e una notte, nel sonno, era morta. Da quel triste accadimento passarono sette anni ed egli, dopo lunga insistenza d’amici e parenti, decise di riprendere moglie. Incontrò una nuova donna, la amò e la sposò, e si trovò, già oltre il quarantanovesimo anno di questa sua vita, a diventare padre. Questo lo sconvolse e così vegliò e pregò gli Dei: aveva paura di non saper essere un vero padre. Era disperato, quasi rifiutava i due piccoli figli che gli erano nati, nello stesso momento, da questa nuova compagna di vita. E così, col consiglio della moglie, degli amici e d’altri abitanti della sua città, andò in un villaggio non tanto distante ad incontrare un vecchio Maestro.
Arrivò da quell’uomo senza tempo e gli disse: “Aiutami, c’è una grande responsabilità che mi attende, devo crescere due figli. Mai più avrei aspettato che nella mia vita accadesse questo e ora, già vecchio, mi trovo ad essere padre. Io non posso… non so farlo, non sono all’altezza. Dimmi tu cosa devo fare; lo scriverò qui sul mio papiro, e così man mano che i miei figli cresceranno saprò com’è giusto comportarmi”.
Il vecchio lo guardò, prese il papiro e, strappandolo, gli disse: “Taci, non è la via”. Mise una benda sopra gli occhi dell’uomo, in modo che egli non potesse vedere nulla, lo prese per mano e, quasi trascinandolo, cominciò a camminare. Camminarono a lungo: l’uomo non capiva, non capiva perché. Chiese e il vecchio gli disse: “Taci”. E continuò, stringendo di più la mano nel trascinarlo con sé. Ad un certo punto si fermarono e il Maestro gli tolse la benda dagli occhi. Egli si trovò in un posto strano, con le mura alte, corridoi stretti da cui si vedeva solo il cielo e altri corridoi che iniziavano da quello e si perdevano come se non avessero fine.
Il Maestro, vedendolo attonito, gli disse: “Siediti, ora ti spiego. Sei dentro ad un labirinto, ne dovrai uscire. All’inizio sarò qui con te e ti spiegherò com’è fatto questo labirinto: ti dirò quali porte potrai oltrepassare, ma dalle quali non potrai più tornare indietro; ti dirò che, qualunque porta oltrepasserai, anche se non potrai tornare indietro per quella via, ci sarà sempre un modo di tornare al punto da cui sei partito; ti dirò che la via più breve è fatta di settecentosettantasette passi verso l’esterno e che, comunque, anche se non ce la farai, io ti condurrò fuori. Adesso inizia il tuo percorso; io sarò vicino a te anche se non mi vedrai. E ricordati, al momento dell’uscita non troverai una sola via, ne troverai quattro”.
Ridendo, il Maestro rimise la benda sugli occhi dell’uomo e gli fece fare sette giri su se stesso. La benda cadde, il Maestro non c’era più e l’uomo fu solo. Cominciò a camminare, ad aprire porte, a tornare indietro, a guardare. Ogni tanto sentiva la voce del Maestro che gli diceva: “Non così, guarda, osserva, impara”. E seguendo i consigli, cominciò a vedere che ogni porta era diversa, in modo da capire quando si trovava nello stesso posto in cui era già passato. Incominciò a distinguere i segni sui muri e pian piano, con la voce del Maestro che ogni tanto lo seguiva, continuò per la sua strada e arrivò ad un grande corridoio che formava una specie di quadrato. Su ogni lato del quadrato c’era un’uscita.
A questo punto chiese a voce alta, sperando in un nuovo consiglio del Maestro: “Adesso dove vado?”. Attese, ripeté la domanda, ma il Maestro non c’era più. Allora osservò il cielo, vide la direzione del sorgere e del tramontare del sole e scelse l’uscita più vicina alla direzione della sua casa. Ad attenderlo fuori c’era il Maestro che, soddisfatto dell’allievo, gli disse: “Vedi, non è stato difficile!” E lui rispose: “Ma io non volevo giocare, volevo imparare ad essere padre”. E il vecchio Maestro gli disse: “Guarda quello che hai fatto. Io ti ho dato le prime istruzioni, perché tu potessi muoverti dentro il labirinto, poi mi sono allontanato. Tu hai individuato i tuoi punti di riferimento e li hai usati per trovare la strada e, quando avevi bisogno di me, ero lì pronto ad aiutarti. Poi hai trovato l’uscita, ma io non potevo dirti nulla, perché a quel punto, da solo, dovevi scegliere la tua via”. In quel momento, il padre comprese e tornò a casa sicuro che avrebbe fatto il suo dovere verso i suoi figli.

Ricorda, o mio Re: un buon padre istruisce i figli sul cammino, lascia però che siano loro a trovare i punti di riferimento e si toglie di mezzo quando devono scegliere la loro strada. È molto semplice e tu, o mio Re, sei un grande padre e conosci questo.

 

Riflessione del Re

L’ego, la personalità frontale, vivono d’aspettative e apparenza. Se questo è vero per se stessi, diviene inevitabile proiezione sui propri figli. Così facendo, si tarpano loro le ali sin dai primi anni di vita, creando dipendenza e instabilità interiore. Si innesca l’abitudine a dipendere dalle aspettative ed inevitabilmente si incontra molto presto la frustrazione e l’inadeguatezza di chi non può seguire le proprie predisposizioni profonde.
Gli esseri umani apprendono soprattutto per imitazione, automaticamente, identificandosi e imparando comportamenti e schemi di reazione.
Comincia ad osservare te stesso, inizia ad invertire il processo identificativo e sperimenta cosa significa pensare con la propria testa.
I cambiamenti ci colgono di sorpresa solo quando siamo assenti da noi stessi; altrimenti i segni del cambiamento sono evidenti molto prima. La saggezza è anche cogliere nel presente i segni del divenire e osservare come le proprie azioni determinino gli accadimenti futuri: non puoi scavarti la fossa e rimanere sorpreso quando ci cadi dentro. D’altronde, esistono anche cambiamenti che inevitabilmente ci coinvolgono.
Il saggio conosce questo e comunque non si sorprende: egli conosce la legge del continuo mutare.
Se sei sulla strada del tuo risveglio e ne sei cosciente, nasce una fiducia in te stesso indipendente dall’esterno. In questo modo non occorre chiedere ad ogni piè sospinto indicazioni sulla via: la via è davanti a te, chiara. Decisione si accorda con decisione.
A volte accade che si pensi di dover superare un ostacolo, mentre in realtà l’ostacolo è già superato. è spesso evidente come nella domanda vi sia già la risposta; così accade che quello che sembra un ostacolo abbia in sé la potenzialità e l’energia per essere superato. Ma a volte le nostre emozioni negative e le paure rallentano talmente la nostra visione della realtà, da rimanere indietro rispetto alle vere dinamiche degli eventi.
è anche evidente che se l’ostacolo è in realtà già superato e noi non lo sappiamo, gli eventi continueranno a susseguirsi senza che noi ne siamo a conoscenza. In altre parole, perdiamo la comprensione del passaggio ed entriamo in maniera automatica in un’altra fase del percorso.
Quando poniamo limiti, quando ci diamo delle mete fisse, corriamo il pericolo di raggiungerle, e, raggiungendole, inevitabilmente si innesca il declino, così come la luna piena deve calare dopo il culmine. Gli antichi saggi indicano la via per superare il declino. Questa via è la trascendenza, il non attaccamento. Attraverso questa via la sfera spirituale può espandersi, non trovando né limiti né traguardi.

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